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Il barbone e il ragazzo



Questo è un mio racconto che è stato pubblicato dal 28 Novembre al 2 Dicembre su cinquecapitoli.it

Quante persone s’incontrano per strada, ognuno con le proprie storie; c’è l’uomo che mi osserva da lontano e prima di avvicinarsi con gli occhi bassi cambia marciapiede, c’è la signora che dà la moneta al suo bimbo che è felice di donarmela, ci sono i due amici anziani che si fermano proprio accanto a me per parlare degli acciacchi della vecchiaia e vanno via senza darmi neanche uno sguardo. C’è il cane che mi annusa, c’è il triste, l’annoiato, chi ce l’ha con il mondo intero e chi anche oggi ha un pensiero e fa qualcosa per gli altri.
Sono un barbone! Vivo ai margini della società da quasi dieci anni, possiedo solo una penna e scrivo, dove mi capita.
I dieci anni prima sono stati devastanti, una disgrazia tirava l’altra; fino allora non avevo conosciuto eventi negativi e la mia più grande sofferenza erano stati i brufoli adolescenziali.
Avevo ventitré anni quando improvvisamente venne a mancare la mia mamma, se ne andò in punta di piedi così come aveva vissuto, la sera prima avevamo visto un film insieme, la mattina l’urlo di mio padre segnò in modo irrevocabile gli anni a venire. Aspettai almeno una lacrima per più di un anno, un giorno in attesa davanti ad un semaforo, straripai in un pianto ininterrotto che mi liberò dall’oppressione, abbandonai la macchina e la città, senza avvisare nessuno, me ne andai al nord.
Mio padre non mi cercò sapeva da sempre che un essere libero non ha dimora. Ho vissuto per strada gli ultimi dieci anni: la notte sui gradini di una banca, sulle panchine della villa comunale, sotto il ponte e il giorno tra i cassonetti della spazzatura e tra la gente …

L’autobus era arrivato e Samuele rimetteva i fogli nella tasca del cappotto, gesto che ripeteva ormai da quando li aveva trovati sulla panchina di fronte la scuola tre mesi fa e, mentre saliva, osservava; su quella panchina una mamma con il bimbo in braccio, lungo il viale due signori litigare animatamente, un pallone per strada inseguito da un bambino rotolare sotto la suola di una scarpa infangata, i pantaloni di un blu sbiadito tenuti su da uno straccio, una camicia sopra a un maglione e una mano lunga e denutrita che teneva una penna: il bus partì e non riuscì a vedere chi era.

“Per poco non l’ho visto in faccia, quella penna in mano è solo un indizio ma, forse ho trovato il barbone scrittore” pensava, seduto sull’autobus che lo riportava a casa mentre stringeva nella mano destra i fogli ancora incredulo ma, felice della scoperta.



Samuele aveva tredici anni, piccoletto, incarnato scuro due occhi verdi grandi, sempre imbronciato, non aveva conosciuto il padre e, la storia che gli aveva raccontato la madre per giustificarne l’assenza non lo convinceva più, trascorreva le giornate nella biblioteca comunale, ci arrivava nel pomeriggio dopo le quattro per far rientro a casa in tempo per la cena. La mamma lavorava tutto il giorno, la mattina in un bar in centro il pomeriggio faceva da badante a un’anziana signora. Aveva trascorso gran parte della sua vita a lavorare, aveva solo la terza media quando si dovette trovare un lavoro per dare una mano in famiglia; prima di cinque figli con un padre ubriacone, aveva solo un desiderio, andare via di casa, a diciotto anni aprì la porta e prese il primo treno per il nord.
I primi mesi sola in una nuova città, e senza alcuna malizia cadde diverse volte vittima di adulatori e piacentieri, uno di questi la mise incinta e l’abbandonò appena lo scoprì, volle caparbiamente portare a termine la gravidanza nonostante le difficoltà che si sarebbero aggiunte ma, sapeva che era la cosa giusta da fare, da allora ha un solo pensiero garantire una vita migliore della sua al piccolo Samuele.

- “Sei andato in biblioteca anche oggi?”
- “Sì.”
- “Perderai la vista su quei libri.”
- “Sì.”
- “Leggi tanto ma poi non riesci a dire altro che sì?”

Samuele era diverso dagli altri ragazzi della sua età, preferiva stare in compagnia di un libro piuttosto che litigare intorno ad un pallone, gli piaceva avere degli amici ma, dopo un po’ non riusciva più a trovarli interessanti, nelle pagine di un libro invece c’era sempre qualcosa di nuovo.
La signora Olga la bibliotecaria, la prima volta, che lo vide entrare pensò fosse uno dei soliti ragazzini che s’infilavano in biblioteca solo per fare casino, l’impressione si dimostrò ben presto errata: si trovava di fronte a qualcosa di straordinario. Il ragazzo non solo non disturbava ma, in breve tempo si accattivò le simpatie di tutta la sala lettura e, anche se era il più piccolo, riusciva a intrattenere, con le sue storie, i quattro assidui frequentatori.
Una volta a settimana nell’ultima sala la più piccola - denominata “la luce” per via dell’illuminazione naturale che penetrava dai finestroni – prendeva la sedia la metteva al centro saliva e, cominciava ad affabulare il ristretto circolo compresa la bibliotecaria che però era costretta a fare su e giù per il corridoio ogni volta che il campanello annunciava l’ingresso di qualcuno e, doveva continuamente chiedere a Samuele di ripetere, sormontata dal brusio degli altri tre spettatori. Da qualche giorno raccontava la storia del barbone.
Samuele non riusciva a capire che cosa lo legava al barbone, da quando aveva trovato quei fogli qualcosa in lui era cambiato, certamente le sue abitudini; con il passare dei mesi aveva perso ogni speranza di conoscerlo poi, quando la scorsa settimana quella figura gli apparve, riprese a illudersi, così ogni pomeriggio ritornava nei pressi della fermata dell’autobus e gironzolava alla ricerca di possibili tracce che lo potevano condurre al suo obiettivo. Aveva setacciato ogni angolo ma niente di nuovo, camminava lungo il viale di pioppi, a terra una distesa gialla di foglie a perdita d’occhio il rumore dei suoi passi e il lento fluire del fiume e niente più, appena all’altezza della fontana si fermò a bere, l’acqua era gelida e tutto il corpo si coprì di brividi, una voce, rauca e pacata da dietro diceva qualcosa. Rimase immobile e, senza girarsi cercò di ascoltare … “Stai fermo, stai fermo!” i brividi di freddo lasciarono posto a quelli di paura d’un tratto il guaire di un cane lo fece sobbalzare, si addossò con le spalle al muro e, con gli occhi sbarrati, tremante e muto vide seduto sulla panchina un uomo con le scarpe infangate, i pantaloni di un blu sbiadito tenuti su da uno straccio, una camicia sopra a un ma-glione e la mano lunga e denutrita che faticava a mantenere fermo un cane: era il barbone.
Dopo un po’ il cane si era divincolato e si dissetava alla fontana, il barbone seduto era impegnato a scovare qualcosa da dentro un’enorme busta di plastica piena di cose sicuramente racimolate per strada e, tirando fuori ciò che in quel momento non gli serviva, borbottava. Ecco finalmente ciò che cercava, un’agenda di pelle marrone lucida con i fogli bordati d’oro - gli stessi che Samuele aveva trovato tre mesi fa e che portava sempre con sé - la mise sulle ginocchia e contemporaneamente tirò fuori dalla tasca destra una penna; il viso ora, era disteso, fu in quel momento che i due si guardarono negli occhi.



Samuele aveva l’impressione di trovarsi di fronte ad un conoscente, anche se sul suo conto sapeva solo ciò che c’era scritto su quei fogli, e non sapeva se il contenuto fosse autobiografico oppure solo un racconto, lo stesso che lui aveva iniziato a raccontare ai suoi amici in biblioteca. Si avvicinò lentamente alla panchina e, quando era a due passi dal barbone, tirò fuori dalla tasca i fogli, una folata di vento glieli strappò dalle mani, il cane lesto li addentò e li porse al suo padrone. “Alla fine tutto torna!” disse senza neanche leggere il contenuto, mentre li infilava nell’agenda e, continuò “Era una giornata di vento come questa forse anche un venerdì, una raffica più violenta me li strappò di mano e non riuscii a ritrovarli. Scrivo per cercare di conoscermi meglio, nulla è più importante del segreto che portiamo dentro.”
Samuele era rimasto in piedi, quasi non respirava, ascoltava come se avesse paura di perdersi qualche parola e la bocca aperta gli potesse servire per recuperare quelle che le orecchie non erano in grado di immagazzinare.
“Ti ho visto gironzolare spesso da queste parti.”
Samuele era incredulo per tutto ciò che stava capitando e, ci mise qualche attimo prima di elaborare un pensiero ma alla fine ci riuscì.
- “Ho trovato i fogli tre mesi fa, e mi sono incuriosito, volevo dare un volto a quelle parole.”
- “E ora che lo hai trovato sei soddisfatto?”
- “Non lo so, mi piacciono le storie.”
- “E questa come finisce?”
Una raffica di vento gli scaraventò il cappello poco distante dalla fontana, si affrettò prima che lo prendesse il cane che per la verità sembrava sparito, si chinò e intanto pensava alla risposta da dare al barbone ma quando si girò, era sparito anche lui.
Si sedette per terra stringeva il cappello in mano e, pensava: ”Ogni storia ha la sua fine.”
Il vento ora sferzava con violenza, le foglie danzavano nell’aria, il tempo volgeva al peggio, raggiunse l’autobus appena in tempo: una pioggia fragorosa rovesciò acqua con violenza, seduto in fondo guardava fuori senza riuscire a vedere nulla ma, quando passarono davanti alla biblioteca, riuscì a intravedere quattro figure, domani avrebbe avuto tanto da raccontare.



Dopo il temporale della sera precedente la mattina del sabato si presentò inaspettatamente sereno, il sole penetrava dalle vetrate della biblioteca e illuminava con i suoi raggi il dorso di alcuni libri. Michele come accadeva ogni mattina era il primo ad arrivare, era un tipo abitudinario straordinariamente metodico, ogni azione ripetuta da sempre nello stesso modo, gli valeva l’appellativo di “svizzero”; appena in biblioteca andava direttamente a prendere i quotidiani e s’incamminava nella sala, li stendeva sul tavolo, si toglieva il cappello, lo appendeva sul pomo destro dello schienale, i guanti li riponeva nelle tasche del cappotto, un sospiro e, iniziava a sfogliare tutti i giornali dando una veloce sbirciata ai titoli, segnando con la matita bicolore - residuo degli attrezzi da maestro – di rosso gli articoli particolarmente interessanti e di blu quelli sui quali si sarebbe soffermato solo dopo con calma.

Dopo mezz’ora si presentavano gli altri tre, appena il gruppo era composto, faceva capolino Olga.
“Che fine ha fatto il piccolo?” chiese all’improvviso Michele.
“E’ da una settimana che non viene.” rispose Olga e gli altri tre in coro “Non gli sarà successo qualcosa?”
Olga che ora si trovava al centro della sala disse: “Magari è semplicemente ammalato, ha la febbre”, mentre guardava tutti negli occhi per avere conferma su quanto appena affermato ma, nessuno aggiunse altro.
Nel pomeriggio quando Olga lo vide entrare in biblioteca gli andò incontro e con un’espressione tra il rimprovero e la gioia di rivederlo gli disse: “Ci hai fatto stare in pensiero!”
Samuele la guardava con occhi assenti, ancora frastornato per quanto era successo ieri pomeriggio, bofonchiò qualcosa e s’incamminò verso la sala, dove lo attendevano Michele e gli altri tre compagni di letture. Avevano udito la sua voce ed erano tutti in piedi davanti alla porta: gli fecero largo come se si trovassero in presenza di un’autorità in visita speciale. Samuele prese la solita sedia la piazzò al centro vi salì e riprese a raccontare dal punto lasciato in sospeso la scorsa settimana, lesti tutti si sedettero, tranne Olga che rimase in piedi sulla porta.

Samuele era un fiume in piena da più di un’ora raccontava senza fermarsi un attimo, tutti erano catturati dalle sue parole e, non osavano fiatare, Olga questa volta aveva la-sciato l’ingresso privo di custodia, troppa presa dagli eventi che il racconto straordinariamente dipanava all’ascolto delle loro orecchie, inebriando i visi di accondiscendente piacere, intervallando stupore nei passaggi meno prevedibili.
Quando Samuele fece l’inchino, gesto che segnalava la fine del racconto per la giornata, tutti in coro dissero: “Il barbone è sparito?”
Il ragazzo li puntò a uno a uno e dopo un attimo di silenziosa ma meditata pausa disse sibillino: “Per ora così è.” Scese dalla sedia e se ne andò.



La settimana successiva Samuele, alternò alcuni giorni in biblioteca e altri alla ricerca di tracce del barbone senza però trovarne, sembrava evaporato. Il venerdì la scuola era chiusa per via delle elezioni che si sarebbero svolte domenica, si svegliò lo stesso presto, la mamma era già al lavoro, si vestì e andò in biblioteca, in un anno che la frequentava, non era mai capitato di andarci di mattina.
Olga lo accolse con un bel sorriso, ma lui non ricambiò, si sentiva stranamente triste; il sapere di non dover andare a scuola non lo aveva scosso così come la possibilità di recarsi in biblioteca, ma ci andò lo stesso. Gli altri capirono subito che era una giornata storta e allora non provarono neanche a chiedergli di proseguire il racconto, intanto Michele che aveva letto tutte le notizie interessanti, posò gli occhi su una che aveva segnato di blu, era nelle pagine interne, quelle di cronaca. Era talmente preso dalla notizia che non si accorse della presenza di Samuele che intanto si era seduto senza prendere alcun libro e, fissava un punto lontano fuori dalla finestra. “E’ morto!” disse Michele d’un tratto posando lo sguardo su Samuele, che continuava a osservare l’ignoto, gli altri si guardarono attoniti, non capivano che c’era di così clamoroso nella notizia, intanto l’ex maestro si era alzato in piedi e a voce alta, leggeva: “ Barbone morto, trovato disteso su di una panchina bagnato fradicio, accanto solo un cane.” Tutti, tranne Samuele che continuava a rimanere seduto ormai rapito da qualcosa fuori dalla finestra, si avvicinarono a Michele per seguire meglio la notizia. “Il barbone è stato trovato ieri sera da una signora, era scesa a fare una passeggiata con il suo cane nei pressi del viale alberato che costeggia il fiume. In lontananza nei pressi di una panchina poco illuminata, la signora ha visto un uomo disteso su di un fianco, ai piedi una busta di plastica piena di cianfrusaglie, nella mano penzolante un’agenda, a terra una penna, accanto, un cane accucciato. L’uomo non dava segni di vita le mani e le labbra erano viola. La polizia avvisata dalla signora è arrivata immediatamente, un attimo dopo un’autoambulanza, i medici non hanno potuto fare nulla se non costatare il decesso. Non si conoscono le generalità della vittima. Rimane solo un’agenda, piena di appunti e scritti e alcune copie di un manoscritto – “Il barbone e il ragazzo” - spedito ad alcune case editrici. Pare che il racconto fosse stato rifiutato perché mancava il finale. ”
Appena finito di leggere l’articolo si voltarono verso Samuele. Era sparito.
Michele si girò a guardare dalla finestra, Olga corse all’ingresso, gli altri tre ispezionarono tutte le sale. Nessuna traccia. Si ritrovarono nel corridoio, nessuno parlava, solo ora si rendevano conto che non avevano nessuna informazione su Samuele, nemmeno il cognome conoscevano. Aspettare era la sola cosa da fare.
Samuele appena Michele aveva finito di leggere l’articolo era scappato via, ora tutto era chiaro per lui aveva una missione da portare a termine, sentiva un peso all’altezza del cuore, una tristezza che non aveva mai provato, ma, non versava neanche una lacrima, non era il momento, aveva un solo pensiero: scrivere.
Il portone di casa per fortuna era aperto, s’infilò rapidamente, non prese neanche l’ascensore, salì le scale a due a due, appena a casa non si tolse nemmeno il giubbino, si mise al computer e iniziò a scrivere: le parole fioccavano come neve, il viso contratto, ogni tanto si fermava a guardare in alto, tendeva l’orecchio quasi ad ascoltare un suggerimento e si rimetteva a picchiare sui tasti con rabbia, avanti così per un‘ora intera senza fermarsi, solo per le ultime parole rallentò il ritmo, schiacciava una lettera, una breve pausa e poi un'altra lettera. Quando finì, rimase un attimo a fissare il monitor poi stampò i fogli, prese l’ultimo e, due lacrime sgorgarono dagli occhi, scesero per il viso e si congiunsero sul mento poi, lesse l’ultima riga ad alta voce: ”Il barbone non c’era più ma rimaneva la sua storia e c’era anche la fine.”


Fonti:

La foto è di traguss trovata qua

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